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Coerenza o immobilismo? Questo il dilemma quando ci si trova al
cospetto di band che proseguono instancabili, nel corso degli anni,
ad esplorare sempre le medesime coordinate stilistiche. Ed in
effetti basterebbe accostare questo “Ultimate Darkness” al
precedente “Astral Aventures” per accorgersi che, in casa Darkseed,
poco o nulla è cambiato. Si suona ancora gothic metal nella sua
accezione più classica, con un songwriting semplificato al massimo,
basato essenzialmente sull’alternanza tra strofe di caricamento e
ritornelli di sfogo: la melodia, ovviamente innervata dalla consueta
vena malinconia, un riffing per lo più squadrato e compresso ed una
componente elettronica usata senza parsimonia, sono il pane
quotidiano dei Darkseed, band aggrappata oramai da tempo
immemorabile a questi canoni espressivi e che ha percorso, nella
buona e nella cattiva sorte, tutta la parabola che il metallo gotico
ha subito nel corso dell’ultimo decennio. Tra alti e bassi, dal
breve boom al successivo repentino ridimensionamento, la band
teutonica è sempre stata, nel suo piccolo, una sorta di punto di
riferimento e di porto sicuro per chi, senza cercare il disco
capolavoro, necessita semplicemente di una buona dose di musica
autunnale ed accattivante. Anche questa volta, ad essere sinceri, i
Darkseed non deludono affatto: il loro merito è quello, seguendo il
canovaccio stilistico caro ai Crematory ed aggiungendo appena un
pizzico di Rammstein (“My Burden”), di riuscire a rendere “Ultimate
Darkness” un disco insospettabilmente fresco e piacevole da
ascoltare anche più di una volta. Pertanto, se da un lato non si può
negare la sostanziale mancanza di evoluzione sonora e la conseguente
prevedibilità dell’album, dall’altro è doveroso ammettere che i
ragazzi tedeschi si presentano con una faccia sola, e sembra proprio
che suonino la loro musica per convinzione e non per interesse. Coi
tempi che corrono, non è cosa da poco.
Dario Adile
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